Settimio Lucci, ex difensore della Roma e vincitore della Coppa Italia nel 1986 con la maglia giallorossa, è intervenuto ai microfoni di Radio Bruno 101.5, nella trasmissione “Bar Forza Lupi”, condotta da Massimo D’Adamo.
Settimio, la Roma sta valorizzando diversi ragazzi del settore giovanile, da Pisilli a Lulli. Quanto è importante avere il coraggio di puntare sui giovani?
«Storicamente il settore giovanile della Roma ha sempre tirato fuori tanti giocatori, che poi si sono affermati nella Capitale oppure in giro per l’Italia. È normale che una città così grande, con milioni di abitanti, abbia un bacino importante da cui attingere. La Roma ha sempre lavorato bene e ha ampie possibilità di scelta. Poi, come diciamo spesso, bisogna far giocare questi ragazzi. Penso che adesso ci sia l’allenatore giusto per valorizzarli. Gasperini è un tecnico che punta sui giovani e dà loro fiducia».
Il suo modo di giocare ti ricorda quello di Sven-Göran Eriksson, che guidò la tua Roma nella stagione della Coppa Italia del 1986?
«Gasperini è un allenatore talmente bravo che non ha bisogno di essere adulato. Secondo me, con il tempo diventerà un punto di riferimento per tutti, un po’ come è stato Arrigo Sacchi ai miei tempi, quando ha cambiato il calcio. Gasperini ha dato un’impronta precisa alla squadra e verrà ricordato per questo. Il suo modo di giocare è stato innovativo: ha riproposto la marcatura a uomo in una maniera estremamente efficace».
Il suo calcio, però, è anche molto dispendioso. Gli infortuni che stanno colpendo la Roma sono in qualche modo inevitabili?
«Il calcio moderno è molto dispendioso. Appartengo a un’altra epoca e faccio fatica a capire come certi giocatori riescano a disputare 60 o 70 partite a certi livelli. Oggi i calciatori sono più forti fisicamente e più strutturati, ma poi la natura presenta il conto: ci sono i muscoli, i legamenti e tante altre componenti che non puoi sollecitare all’infinito. Purtroppo gli infortuni fanno parte del calcio di oggi, improntato anche sul business e sulla necessità di giocare tantissime partite. Non è soltanto una questione legata al gioco di Gasperini: succede a tutti».
Dopo nove giornate di campionato e tre partite di Champions League, che cosa pensi della rosa della Roma? Ti manca qualcosa oppure la squadra ti ha sorpreso?
«Non mi ha sorpreso, perché la Roma aveva concluso la scorsa stagione conquistando la Champions League e ha aggiunto altri calciatori di valore. Ha anche valorizzato alcuni giovani. La cosa più importante è che tutti vadano nella stessa direzione: la società, la parte tecnica e i tifosi. Questo può diventare un punto di forza enorme e rendere la Roma una squadra difficile da fermare. Vincere o perdere un campionato o una coppa, poi, spesso dipende dai particolari, dagli episodi e anche da un po’ di fortuna. Ma la Roma sta costruendo qualcosa che può avere basi solide e durare nel tempo».
Tra i giovani che si stanno mettendo in mostra c’è Emanuele Lulli, diciannovenne arrivato dalla Primavera. Che impressione ti ha fatto?
«L’ho visto anche nell’ultima partita ed è un ragazzo molto interessante. È un prototipo del calciatore moderno: ha una grande corsa e riesce a mantenerla con continuità, senza abbassare la qualità delle sue prestazioni. Non so come faccia ad andare avanti e indietro così tante volte! Ha anche personalità, perché giocare a Roma non è come giocare a Empoli o a Piacenza. La squadra ha le caratteristiche per affrontare ogni partita cercando di vincere, ed è questa la mentalità che ha trasmesso l’allenatore».
Oltre alla corsa, oggi quanto conta la tecnica individuale? Tu lavori proprio nella formazione tecnica dei calciatori: come giudichi il livello attuale, sia nella Roma sia nel calcio italiano?
«La tecnica fine a sé stessa ormai non basta più: bisogna saperla esprimere alla velocità richiesta dal calcio moderno. I giocatori che riescono a fare le cose tecnicamente bene ad alta velocità sono pochi e sono quelli che fanno la differenza. In generale, nei settori giovanili la tecnica è un po’ diminuita, anche perché si è lavorato meno sui fondamentali individuali. Quando giocavo io, forse eravamo più tecnici, ma si andava anche un po’ più piano. Oggi vediamo calciatori alti un metro e novanta che sono velocissimi e rapidi: abbinare tutto questo alla tecnica è più difficile. Nonostante ciò, bisogna tornare a lavorare sui fondamentali individuali. Anche nelle partite di Champions League, nelle competizioni internazionali e in Serie A vediamo errori individuali importanti che forse vent’anni fa si commettevano meno. Le società devono rimettere la tecnica al centro dei propri programmi».
Sabato la Roma affronterà l’Udinese, un’altra tua ex squadra. Come valuti il momento dei friulani?
«Seguo un po’ tutte le partite, dalla Serie A alla Serie D, perché mi piace il calcio in generale. L’Udinese è una società che ha sempre puntato sui giovani sconosciuti, cercando di valorizzarli e poi rivenderli realizzando plusvalenze. Probabilmente alcuni giocatori si stanno ancora adattando, ma l’ambiente è sereno e tranquillo. Credo che l’Udinese non avrà grandi difficoltà a mantenere la categoria, anche se il campionato è molto avvincente e alcune squadre che sembravano destinate a lottare per la salvezza stanno ottenendo risultati importanti. Per la Roma, comunque, non sarà una passeggiata andare a giocare a Udine. Sono proprio queste le partite che nascondono le insidie maggiori, ma lo staff tecnico saprà come prepararla».
La Lazio, invece, sta sorprendendo per risultati e prestazioni, anche grazie al fatto di poter concentrare tutte le energie sul campionato. Che ruolo può recitare in questa stagione?
«In questo momento è una protagonista assoluta. Il merito è della squadra, dell’allenatore e di tutto lo staff, che stanno riuscendo a isolare i giocatori dalle problematiche esterne al campo. Le tensioni tra tifoseria e società possono far crollare un gruppo, ma a volte possono anche fortificarlo e renderlo compatto. Mi sembra che alla Lazio stia succedendo proprio questo. Bisogna riconoscere il lavoro dei giocatori e dell’allenatore. È una squadra che gioca bene e ha calciatori di qualità, anche se non ha fatto un grande mercato. Per adesso stanno rendendo al massimo dal punto di vista fisico, tecnico e mentale. Nel calcio la testa conta tantissimo: quando stai bene mentalmente, riesci a superare molte difficoltà. Vedremo se riusciranno a mantenere questo livello».
Una domanda sul settore giovanile, visto che hai vissuto quello della Roma da calciatore: avrebbe senso creare una squadra Under 23?
«Sicuramente avrebbe senso. Secondo me, tenere nella Primavera giocatori del 2007 che sono già pronti per il calcio dei grandi non è la soluzione migliore. Se sono bravi, devono confrontarsi con i professionisti. Una squadra Under 23 permetterebbe loro di misurarsi in un campionato più impegnativo anche dal punto di vista mentale, dove ci sono risultati da ottenere e avversari che lottano per non retrocedere. Sarebbe un percorso di crescita importante. Naturalmente dipende dalla strategia della società. Bisogna capire se la Roma vuole valorizzare un gruppo di venticinque giocatori attraverso una seconda squadra oppure preferisce puntare su due o tre giovani e mandare gli altri in prestito. Non conosco i programmi del club, quindi non posso giudicare la scelta».



