Bongi (CUCS): “Il rapporto con il Presidente Viola era di familiarità, niente di paragonabile a quello di oggi con Friedkin”

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Antonio Bongi, tra i fondatori del CUCS (Commando Ultra Curva Sud), è intervenuto ai microfoni di Radio Bruno, nella trasmissione “Bar Forza Lupi”, condotta da Massimo D’Adamo, per raccontare la storia del tifo della Roma, dagli anni Settanta fino a oggi. Dagli esordi del gruppo alla nascita di cori e striscioni, passando per le trasferte storiche, il rapporto con Dino Viola e con la squadra e l’evoluzione del tifo della Curva Sud.

Tu hai vissuto la nascita di questo gruppo fin dagli inizi.

“Sì, io l’ho fatto ancora prima, lo sai, perché ho fondato i Boys nel ’72. Per cui andiamo da molto lontano noi. Molti ragazzi sono cresciuti venendo allo stadio e guardando più la Curva Sud che il campo di gioco. Anche nel famoso film Febbre a 90°, tratto dal romanzo dell’autore inglese Nick Hornby, si vede questo ragazzino che sale le scale dello stadio dell’Arsenal e capisce subito cosa c’è di meraviglioso nel tifo.”

Domenica finalmente si rigioca e tornano i tifosi allo stadio. Quando ti ho chiamato per parlarti di Como-Roma, qual è stata la prima cosa che ti è venuta in mente?

“Mi è venuta subito in mente una trasferta mitica, una trasferta storica, disputata 45 o 46 anni fa. Era l’esordio di Falcao in campionato e la Roma giocò proprio a Como. Ricordiamo queste bellissime immagini perché c’era una pista di ciclismo intorno al campo di Como. Decidemmo di mettere il nostro striscione lungo, quello di 42 metri, per tutta la Curva Sud. Ci sono queste foto meravigliose del tifo che portavamo sui gradoni. Fu un bell’esordio di quella Roma che stava nascendo, la Roma di Dino Viola. Quel giorno perdemmo, ma speriamo che sia di buon auspicio per vincere questa partita di Como. Como non è più quello di tanti anni fa, è una squadra molto forte, però ce la giochiamo.”

Quella partita è diventata storica nonostante non fosse una sfida di cartello.

“Ti fa vedere quello che eravamo noi. Volevamo essere sempre presenti, come hai detto tu prima. Una grande famiglia, una grande tifoseria, come eravamo noi. La partita non era di cartello, perché giocavamo contro il Como. Era una Roma che si affacciava ai grandi traguardi, con una squadra che stava diventando forte.”

Parlavi di Dino Viola prima. In questi giorni abbiamo parlato molto del rapporto tra Gasperini, i Friedkin e il pubblico romanista. C’è uno scollamento tra tifosi e società, un muro di silenzio. Voi, invece, che rapporto avevate con Dino Viola?

“Secondo me non è neanche paragonabile. Noi eravamo una famiglia. Viola ci voleva conoscere. C’era questo rapporto molto forte tra società, tifosi e squadra. I giocatori ci conoscevano quasi tutti. Era un po’ una famiglia. Quando ci fu tolto lo striscione del Commando Ultra Curva Sud, dopo l’episodio spiacevole di Paparelli, abbiamo messo lo striscione  “I ragazzi della Sud”. E questo striscione fu fortemente voluto da Dino Viola. Il suo romanzo preferito era I ragazzi della Via Pál, un libro che lui leggeva e rileggeva. Mi ricordo che c’era Tancredi che diceva di mettere bene lo striscione, che doveva stare lì. Pruzzo, quando segnava, veniva sempre sotto. Era un’unione, una famiglia, qualcosa di molto diversa da oggi. Adesso c’è un po’ il calcio-business. Avremo la fortuna di vedere, nel 2031-2032, quello che succederà con il nuovo stadio, ma, come dici tu, ai nostri tempi, ci fu proprio una simbiosi tra i tifosi, la squadra, il presidente e l’allenatore.”

C’era quindi un rapporto continuo tra voi e la società?

“Sì. Viola vi chiamava per dire: ‘Ragazzi, venite, mettiamo lo striscione’. Era un rapporto diretto. Noi vincemmo la Coppa Italia dopo tanti anni, nel 1980, ai rigori. Per noi fu un po’ come vincere la Coppa dei Campioni, perché a Roma non si vinceva nulla da tantissimo tempo. Riuscimmo a vincere questa Coppa Italia ai rigori, in una sequenza di tiri drammatica, e ci fu un corteo incredibile. Viola, dopo la partita, ci disse: ‘Venite in sede perché le maglie di tutti i giocatori ve le regaliamo’. Ci regalarono tutte le maglie di tutti i giocatori. Un altro mondo.”

C’è un aneddoto legato anche alla nascita del nome CUCS?

“Quel nome gliel’ho dato proprio io. Facemmo una piccola votazione nel ’77, sotto nel vecchio parterre. Ognuno aveva una sua idea sullo striscione da fare e il mio nome lo portavo avanti con orgoglio. Poi, potevi dividere quattro parole in acronimi. CUCS veniva bene.”

Una curiosità: perché le tifoserie avversarie portano i tamburi allo stadio mentre i tifosi romanisti non li usano? C’è ancora un divieto o è una scelta?

“C’è stato il famoso divieto di tanti anni fa, che durò parecchi anni. Poi adesso dicono che c’è la libertà e alcune tifoserie li portano ancora. Ma questa è una scelta fatta dalla Sud e io non la condivido molto. Secondo me il tamburo è uno strumento che dà parecchia carica. A me piace tanto. Noi abbiamo avuto questo handicap, purtroppo, di avere la pista intorno allo stadio, che praticamente allontanava un po’ il tifo. Io penso che se la Roma avesse avuto uno stadio all’inglese, anche tipo Marassi o Genova, probabilmente avremmo vinto qualche Scudetto per la vicinanza. Perché abbiamo sempre avuto questa distanza dal campo.”

La Curva Sud è stata d’ispirazione per le curve di tante squadre italiane e anche straniere. Chi vi ha copiato?

“I primi furono i napoletani, perché amavano il nostro modo di fare tifo. Venivano addirittura con i registratori in curva a registrare i nostri cori. Poi ci chiesero il permesso di fare lo striscione uguale al nostro, quello del Commando Ultrà Curva Sud. Uscì subito dopo questa cosa. Poi la Lazio non fece il nome uguale, però ci volle imitare facendo lo striscione unico e lungo, quello degli Eagles  Supporter, qualche anno dopo, e  l’unione di tutti i gruppi come avevamo fatto noi. Ti dico che ci hanno copiato addirittura a Marsiglia, dove ancora c’è il Commando Ultra Marsiglia sulla curva francese. E poi tantissime altre tifoserie. Abbiamo dato un po’ il via, con questa fusione che facemmo nel ’77, a tantissime tifoserie.”

Come vivi invece il tifo di oggi?

“Le generazioni cambiano e cambia tutto. È cambiato proprio il modo di andare allo stadio. Noi avevamo solo quello. Non avevamo né telefonini, né cene, né il vestiario alla moda. Noi andavamo allo stadio per tifare Roma,  poi tornavamo a casa per vedere uno spezzone al novantesimo minuto, che era l’unica trasmissione sportiva che si poteva vedere in quegli anni. Adesso è un po’ cambiato il modo, però alcuni gruppi storici sono rimasti. Mi sento con il gruppo con cui ho fondato i Boys e loro amano portare avanti qualche vecchia canzone, qualche vecchio coro. Ci provano perché sono di quarant’anni fa. Quando al Chelsea alzano le bandiere, per esempio, sono cori vecchi, però cercano di farli abbastanza bene. Ci provano. Magari non riescono bene come riuscivamo noi. La Sud rimane comunque la roccaforte del tifo.”

Come nasceva un coro? 

“È una cosa incredibile, perché è molto bella. C’è una storia che ti piacerà sentire. Quando vennero quelli del Liverpool a Roma nel ’67 per giocare una finale contro il Borussia Mönchengladbach allo Stadio Olimpico, noi, piccolini, andammo in curva a vedere quelli del Liverpool, che per noi erano dei maestri. Loro cantavano una canzone dedicata a un terzino che si chiamava Jones: ‘Oh Joy, Joy, Joy, Jones’. Allora dissi: perché non facciamo questa canzone e la portiamo su Agostino Di Bartolomei? Qualche domenica dopo la portammo allo stadio con ‘Oh Agostino, Ago, Ago, Ago, Agostino Goal’. Loro cantavano “When the Saints Go Marching In” e noi facemmo ‘Dai Roberto, facci un gol’ per Roberto Pruzzo. Abbiamo creato alcune canzoni dell’epoca che poi sono rimaste ancora oggi come cori. Io penso che siamo stati dei maestri in questo.”

E la scelta del giocatore come avveniva? Perché Agostino, Pruzzo e non magari un altro calciatore altrettanto forte?

“Perché le punizioni le tirava Agostino e c’era tutto il momento della preparazione, prima del tiro: il coro che partiva forte e poi il giocatore che calciava. Quindi il coro veniva da questo. Poi Pruzzo: perché segnava spesso. Quando Bruno Conti veniva a battere il calcio d’angolo sotto la Sud, partiva questo coro e Pruzzo spesso segnava di testa e correva sotto di noi. Questi sono due piccoli episodi, poi c’erano tanti altri cori molto belli.”

Qual è il coro ad personam che ti è rimasto più nel cuore? Quello che ti piaceva cantare di più: quello per Agostino, per Pruzzo, per Sebino?

“Quasi tutti gli idoli avevano un coro ad personam, come dici tu. Però il coro più emblematico , forse, fu proprio quella dell’inizio: ‘Quando l’inno si alzerà, tutto il mondo tremerà’. Quello viene cantato, come tradizione nostra, al primo minuto di gioco, quando entrano in campo. Partiva questa canzone. Quella fu presa dai veronesi, che cantavano ‘Quando al ciel si alzeran le bandiere’, quando c’era Zigoni. ‘Quando Zigoni segnerà, tutta la curva esploderà’. Abbiamo cambiato qualche parola.”

Ci hai raccontato tantissimi aneddoti…

“Se vuoi te ne racconto un altro. Andammo un anno a Bologna e quelli del Bologna facevano una canzone presa da un film “Porgi l’altra guancia” con Bud Spencer e Terence Hill: da lì, nacque il coro “Forza, forza la Roma, forza Roma alè”, che portammo all’Olimpico la domenica dopo, in occasione di un Roma-Milan. La Roma non aveva nessuno e doveva schierare sette ragazzini in campo. Paolanti, Berdini esordirono in Serie A, Scarnecchia, Giovannelli: tutti ragazzini di 18 anni che giocavano contro questo Milan che era forte. Allora noi facemmo questo coro dall’inizio e proprio all’inizio la Roma andò in vantaggio con un gol di Chinellato. La Curva Sud esplose, Chinellato venne sotto a esultare con noi con questo coro. Poi, nel finale, il Milan, che era più forte, vinse 2-1. Mi pare che andarono a segno Bigon e Capello e ribaltarono la partita. Però il giorno dopo sul Corriere dello Sport ci fu dato un encomio, io ce l’ho ancora conservato. Volevano ringraziare la Sud per lo straordinario sostegno durante i 90 minuti. Fu una giornata un po’ storica per chi portò quella canzone e la fece a ripetizione.”

Sei d’accordo che il coro che più fomenta è quello semplice, asciutto: ‘Roma, Roma, Roma’?

“Quello era il più bello di tutti. Con i tamburi poi era ancora più bello, perché lo scatenavi: ‘Roma, ta, ta, ta’. Era più bello, lo facevi per tanti minuti di seguito. Quello era un fomento incredibile. Il tifo della Roma nasce negli anni di Dante, al muretto. La canzone più antica è ‘Correte, scappate, arriva lo squadrone giallorosso’. Quello è uno dei cori più antichi della Roma. Quindi abbiamo una storia di cori incredibile. Abbiamo fatto scuola.”

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