Casaroli: “La Roma può puntare su giovani come Lulli e Pisilli”

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Walter Casaroli, ex calciatore della Roma e del Como e protagonista del calcio giallorosso negli anni Settanta, è intervenuto ai microfoni di Radio Bruno, nella trasmissione “Bar Forza Lupi”, condotta da Massimo D’Adamo, per parlare del rapporto tra squadra e tifosi, della valorizzazione dei giovani italiani e del settore giovanile della Roma.

In quegli anni si era creata una simbiosi particolare tra il pubblico e voi giocatori.
“Certo, sicuramente erano altri tempi. Eravamo quasi tutti italiani, anzi romani, e l’atteggiamento era sicuramente differente. Adesso mi sembra che sia soltanto un grande business. Il presidente Anzalone aveva il sogno di costruire una squadra composta interamente da giocatori della città”.

Era un’idea realistica? Un po’ come l’Athletic Bilbao?
“Sì, c’era veramente questa idea di creare una Roma di tutti i romani. Era il suo sogno. Non dico che ci fosse riuscito completamente, ma eravamo parecchi. C’eravamo io, Agostino Di Bartolomei, Peccenini, Francesco Rocca, Scarmecchia, Sbaccanti, che purtroppo è venuto a mancare da poco, e Borelli. Sicuramente qualcuno mi sfugge, ma in quella rosa eravamo abbastanza numerosi”.

La maggior parte di voi proveniva dal settore giovanile?
“Quasi tutti. Allora gli stranieri praticamente non esistevano. Poi, uno per squadra all’inizio degli anni Ottanta, due al massimo. Erano altri tempi. Oggi ci sono squadre con tantissimi stranieri e pochi italiani: per me non è possibile”.

Secondo te, la presenza sempre più massiccia di stranieri è anche uno dei problemi alla base delle difficoltà della Nazionale?
“Sicuramente. Se i ragazzi non giocano, non possono crescere. Non è che non abbiamo giovani talenti: l’Under 21 lo sta dimostrando. Anche il settore giovanile della Roma è sempre stato all’avanguardia e ha sfornato tanti giocatori. Forse il problema principale è che non si è mai creduto davvero in questi ragazzi. Non si è mai portata avanti una politica simile a quella del Barcellona, dove la priorità era far crescere e giocare i giovani, per poi intervenire sul mercato, spendendo anche cifre importanti, soltanto quando mancava un elemento fondamentale. Se guardiamo tutti i giocatori che sono usciti dal settore giovanile della Roma, viene da chiedersi se non si sarebbe potuta costruire una buona squadra mantenendone di più, invece di mandarli via. Purtroppo a Roma non c’è mai stata questa politica. Ultimamente ho sentito Gasperini dire che Romano è stato ceduto per ragioni legate alle plusvalenze. Ma che senso ha vendere un giovane interessante e con prospettive? Poi magari si va a comprare uno straniero. È una politica che non condivido. Il punto è semplice: se scegli un giocatore straniero, deve essere forte. Se non è più forte di un calciatore che hai già in rosa e che proviene dal tuo settore giovanile, allora è meglio tenersi il ragazzo cresciuto in casa. Un tempo gli stranieri che arrivavano erano campioni come Maradona, Zidane, Falcao o Rummenigge. Oggi la situazione è diversa”.

Parlando della tua esperienza, hai giocato anche con il Como, avversario della Roma nella prossima partita.
“Sì, ho giocato un anno a Como. Ci sono andato subito dopo aver esordito in Serie A. Ho fatto undici partite, se non ricordo male, e poi sono andato in Serie B, perché il Como era retrocesso proprio quell’anno. Ho giocato lì per una stagione”.

Due giovani come Lulli e Pisilli possono rappresentare una risorsa su cui puntare?
“Certo che ci si può contare e bisogna puntarci. Però poi c’è Molina, l’argentino, e ci sono altri giocatori. Questi ragazzi non giocano e, tra l’altro, uno adesso è anche infortunato. Magari giocherà poco perché è chiuso da calciatori che sono stati pagati chissà quanto e che, per mantenere il loro valore, devono essere impiegati”.

Tu nasci calcisticamente come attaccante, anche se poi, durante la tua esperienza all’Empoli, con Salvemini, ti reinventi centrocampista. Che impressione ti fa Donyell Malen, oggi alla Roma?
“Malen è considerato uno degli attaccanti più forti. Da quello che ho capito, nello scacchiere di Gasperini ha trovato il suo ruolo: probabilmente in passato aveva incontrato difficoltà perché veniva impiegato più da esterno che da centravanti puro. Qui, invece, è libero di muoversi. È un giocatore molto veloce e tecnico, quindi l’impressione è ottima”.

Rispetto al passato, oggi i calciatori sono meno disposti a reinventarsi in altri ruoli? Malen, per esempio, è arrivato alla Roma anche perché Gasperini gli avrebbe prospettato la possibilità di giocare da prima punta.
“Io posso parlare della mia esperienza diretta. Quando giocavo in Primavera ero un attaccante molto prolifico e facevo parecchi gol. Quando sono passato al professionismo, però, le cose non sono andate allo stesso modo. Come ho detto anche recentemente ad alcuni amici, ho dovuto reinventarmi in un altro ruolo, altrimenti avrei dovuto andare a lavorare. Il mio concetto è che ho fatto di necessità virtù”.

Nel tuo periodo alla Roma hai avuto una concorrenza importante, prima con Pierino Prati e poi con Roberto Pruzzo.
“La concorrenza era importante, però ti ripeto: quando in un campionato sei un attaccante e fai tre o quattro gol, quelli rimangono. A Como, tra l’altro, ho avuto anche la sfortuna di avere una pubalgia, che mi ha fatto saltare parecchie partite. Purtroppo i gol erano quelli e non è mai arrivata la stagione della svolta. Pensa che nel primo anno in cui ho giocato da regista ho segnato undici gol in Serie C, con la Casertana. È il bello, o lo strano, del calcio: magari, se avessi giocato in Serie A in quel ruolo, avrei avuto più possibilità di restarci. Sono stato formato come attaccante, ma forse, per le mie caratteristiche, sarebbe stato meglio iniziare prima a fare il centrocampista. Da centrocampista mi sono tolto parecchie soddisfazioni, compreso il ritorno in Serie A con l’Empoli. C’è anche il problema che tanti allenatori, che magari vengono considerati molto bravi, non riescono a guardare oltre il proprio modo di vedere il calcio. Se un giocatore ha altre qualità e può essere valorizzato in un ruolo diverso, non sempre c’è la capacità di accorgersene”.

Walter, hai vinto due Scudetti con la Primavera. Considerando anche la tua esperienza, nella quale da attaccante sei diventato centrocampista, creare una squadra Under 23 della Roma per accompagnare la crescita dei giovani sarebbe una soluzione importante?
“Secondo me è basilare. Quando giocavo io esisteva la Lodigiani, che militava in Serie C o in Serie C2. Mi sono sempre chiesto perché la Roma non facesse un accordo con la Lodigiani, dicendo: ‘I giocatori te li mando io. Quando escono dalla Primavera, li faccio giocare da te’. Non è mai successo, nessuno ci ha mai pensato. Quello che dici è proprio il punto: avere una squadra Under 23 permetterebbe di valorizzare i giovani in casa. Almeno li vedresti crescere direttamente, senza dover andare in giro per l’Italia o magari all’estero a cercare i ragazzi che escono dalla Primavera. A Roma questa politica non c’è mai stata, ma secondo me è una cosa fondamentale”.

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