Lo scrittore e sceneggiatore Maurizio De Giovanni, autore di celebri personaggi come il commissario Ricciardi e Mina Settembre, è intervenuto in diretta a Bar Forza Lupi, trasmissione condotta da Massimo D’Adamo su Radio Bruno 101.5. Ecco le sue parole.
Maurizio, visto che il Napoli festeggerà il centenario un anno prima della Roma, è vero che a gennaio uscirà un film che hai scritto proprio per questa ricorrenza?
«Sì, Aurelio De Laurentiis mi ha chiesto di scrivere una storia all’interno della quale raccontare questa cavalcata meravigliosa della passione azzurra. Il film l’ho già scritto, è stato girato ed è in fase di montaggio. Uscirà a gennaio».
Credo che Roma e Napoli abbiano molto in comune, anche per il peso che storicamente hanno avuto le squadre del Nord nel calcio italiano.
«Io non ho mai nascosto la mia simpatia per i giallorossi. Credo sia un fatto oggettivo che gli interessi e il peso delle squadre del Nord siano predominanti. Lo dice la storia: su circa cento scudetti assegnati, soltanto una decina sono stati conquistati da Roma in giù, forse anche meno. Noi siamo portatori di una storia ben più antica e forte e dovremmo riconoscere gli interessi che abbiamo in comune. Credo sia interesse di qualcuno tenerci separati, ma l’importante è che le persone, le teste pensanti, lo sappiano e coltivino questo rapporto fortissimo tra due città meravigliose e due realtà storiche come Roma e Napoli».
Negli anni Settanta e Ottanta le due tifoserie erano molto unite. Ricordo il Derby del Sole, con romanisti e napoletani insieme sugli spalti.
«Lo dico esplicitamente e sono contento di poterlo dire ai vostri microfoni: non essendo il Napoli in corsa, vorrei tranquillamente che fosse la Roma a vincere il campionato, perché è una forte espressione del Centro-Sud di questo Paese».
Al di là dei desideri e delle simpatie reciproche, secondo te la Roma ha realmente la possibilità di vincere lo scudetto quest’anno?
«Direi proprio che non c’è alcun dubbio. La componente Champions altera molto il cammino di una squadra, perché una cosa è giocare ogni tre giorni contro avversari fortissimi, un’altra è affrontare squadre meno forti. Incidono anche le partite in casa, le trasferte e le liste bloccate, che non consentono di andare oltre un certo numero di giocatori in organico. Fatto salvo questo discorso, credo che la Roma sia attrezzata in maniera perfetta. Ha un allenatore di straordinario carisma, che ha in pugno la squadra, sa benissimo quale calcio vuole far giocare e come far giocare i suoi calciatori. Mi sembra anche un organico assolutamente completo. Naturalmente incide la tenuta atletica. Avere o non avere un giocatore come Dybala cambia molto».
Abbiamo visto Roma e Napoli impegnate nelle competizioni europee. Per gli azzurri è arrivata una vittoria sofferta ma spettacolare. Come arriva il Napoli alla sfida contro la Roma?
«La partita di ieri ha avuto una funzione importante, perché vincere era imperativo. Se il Napoli non avesse vinto, si sarebbe complicato anche il discorso Champions. Sarebbe stato terribile, già a ottobre, ritrovarsi con una distanza abissale di punti dalla vetta e tante squadre davanti. Abbiamo rivisto in campo giocatori come McTominay, che per il Napoli sono fondamentali e dei quali non si può fare a meno. Resta comunque un Napoli convalescente».
Però vi siete stancati molto, e questo potrebbe essere importante in vista della Roma.
«Sì, ci siamo stancati, però abbiamo anche riguadagnato consapevolezza. E tra le due cose credo sia meglio stancarsi e ritrovare forza mentale piuttosto che il contrario».
Si parla anche di rapporti non idilliaci tra De Bruyne e Allegri. Come stanno le cose, secondo te?
«Secondo me c’è soprattutto una questione tecnica tra i due. Allegri vede in De Bruyne qualcosa di molto simile a Modric nel Milan: una grandissima mezzala che, con il passare degli anni e con gli infortuni, arretrando il proprio raggio d’azione e spostandosi davanti alla difesa potrebbe sia allungare la carriera sia essere molto più produttiva. De Bruyne, invece, è un calciatore che vuole vedere la porta. Il suo calcio prevede assist e gol, quindi più lo allontani dalla porta, meno assist e gol può fare. È naturale che gli piaccia meno giocare più indietro. Ieri ha vinto Allegri: ha messo De Bruyne davanti alla difesa e lui ha fatto una partita straordinaria».
Napoli-Roma sarà anche una sfida tra Gasperini e Allegri, due allenatori che rappresentano filosofie di calcio differenti. Sei più per Gasperini o per Allegri?
«Personalmente propendo per i maestri di calcio. Gasperini rientra senz’altro tra questi, come Sarri: sono allenatori che decidono come deve giocare la squadra e i calciatori devono fare quello che loro chiedono. Allegri, come Mourinho o Ancelotti, è invece un grande gestore di campioni, un allenatore in grado di guidare squadre forti, di livello più elevato. Sono due tipologie diverse di allenatori, quindi dipende dalle circostanze. Gasperini ha una grandissima capacità di dirigere l’orchestra, ma l’orchestra deve fare quello che dice lui. Allegri è più un manager di solisti, per intenderci. Dipende dalla squadra che hanno a disposizione e dal tipo di evoluzione che queste squadre avranno».
Francesco Totti ha presentato il suo libro “Oltre” al Teatro Brancaccio. Nel libro racconta delle difficoltà a rientrare nella Roma con un ruolo dirigenziale. De Laurentiis, invece, lo avrebbe voluto per un film, addirittura un cinepanettone. Come avresti visto Totti in questa veste e cosa pensi del suo mancato ritorno nella Roma?
«Ti confesso una mia debolezza personale: io adoro Totti. Credo, e l’ho detto più volte, che sia stato il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Non sono l’unico a dirlo, lo diceva anche Diego Armando Maradona, quindi sono in buona compagnia. E detto da uno che non è tifoso della Roma credo valga ancora di più. Ma adoro anche il personaggio. Totti mi è simpatico, mi piace la sua autoironia, il suo modo di affrontare la vita, di sorridere e di far sorridere. Credo che Totti sia un capitale irrinunciabile. Non conosco le idee dei Friedkin e non so perché abbiano questa precauzione nei suoi confronti. Sinceramente, se fossi il proprietario di una squadra come la Roma, non rinuncerei mai neppure al ritorno economico che una figura come Totti potrebbe garantire. Totti è la Roma, agli occhi di tutti noi e nell’immaginario collettivo. Come si faccia a rinunciare a lui, sinceramente, non lo so».
In vista della partita di Napoli, purtroppo non tutti i tifosi romanisti potranno raggiungere lo stadio per assistere all’incontro.
«Questo è un vero peccato. È sempre una sconfitta per lo Stato quando, in via preventiva, deve impedire alle famiglie di andare a vedere una partita. Significa rinunciare alla propria funzione di far rispettare l’ordine pubblico. È una pratica ormai consolidata che mi addolora sempre, per chiunque, quindi anche per i tifosi della Roma».
Vorrei concludere riprendendo una tua intervista pubblicata ieri, nella quale hai dichiarato che Napoli non è più la “carta sporca” raccontata e cantata da Pino Daniele. Che cosa intendevi?
«Volevo dire che Napoli non è più così marginale come lo era negli anni Ottanta. In quel periodo, soprattutto dopo il terremoto, la città aveva ferite anche molto gravi ed era stata fortemente marginalizzata. Napoli faceva paura. Quando si parlava di Napoli, si parlava di un luogo ad alta concentrazione criminale, di una città pericolosa. Oggi Napoli è una delle città più viste e visitate al mondo. È una meta turistica e un luogo di grande produzione culturale. Pensate a tutte le fiction ambientate a Napoli, ai film, al teatro che viene prodotto in città e anche alla musica di ultima generazione, al rap e a tutto quello che Napoli riesce a produrre. Nell’intervista facevo riferimento anche agli uomini e alle donne di cultura napoletani del passato, che vivevano altrove. Da De Crescenzo a Eduardo De Filippo, da La Capria allo stesso Pino Daniele, fino a Massimo Troisi: erano tutti andati via. Oggi posso dire con orgoglio che siamo tutti qui. Naturalmente nessuno di noi vale quanto quei giganti della cultura che ho citato, ma nel nostro piccolo siamo in città e produciamo quello che produciamo qui. Credo che questo sia molto rilevante».



