Ettore Viola: “Una squadra vincente si costruisce in un triennio con due giocatori forti all’anno”

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Ettore Viola, figlio di Dino Viola, storico presidente della Roma negli anni ’80, è intervenuto durante la trasmissione “Bar Forza Lupi”, condotta da Massimo D’Adamo e in onda su Centro Suono Sport 101.5.

La presidenza di Dino Viola è quella che ha lasciato di più alla Roma, forse solo al pari di Franco Sensi.

“La differenza tra Viola e Sensi è che sicuramente la presidenza di mio padre è durata molto di meno. Comunque, sì, sono dell’idea che il presidente Viola, di corto muso, vinca su Sensi, ammesso che ci sia una graduatoria di questo tipo”.

Parlano i trofei. 

“Un qualcosa a cui teneva molto mio padre era il torneo di Viareggio. In quei tempi era una grande competizione. I giovani della Roma hanno vinto tre titoli, per cui era sicuramente un grande vivaio che dava grandi giocatori. Adesso, invece, la Roma credo che non abbia grandi interessi sul vivaio”.

Perché oggi si investe meno nei settori giovanili, che dovrebbero essere il serbatoio della prima squadra?


“Perché probabilmente non si fa abbastanza per trattenere i giovani quando arrivano i procuratori. Eppure il settore giovanile costa meno ed è fondamentale. Non capisco perché un genitore non debba voler mandare il proprio figlio nel vivaio della Roma, che offre grandi prospettive. Evidentemente si preferisce comprare giocatori da fuori: è una politica sbagliata e penalizzante per i ragazzi, molti dei quali finiscono addirittura all’estero. Questo andrebbe evitato.”

Può ricordare qualche grande giocatore nato nel vivaio della Roma ai tempi della presidenza Viola?


“Basta un nome: Totti. Era conteso anche dal Milan e c’era un tentativo della Lazio, ma restò a Roma. Poi Giannini e tanti altri. Era la dimostrazione che una grande squadra si costruisce partendo dai giovani.”

C’è anche un problema legato al numero di stranieri?


“Sì, ce ne sono troppi e pochi italiani. Questo danneggia anche la Nazionale. Mi auguro che si dia più spazio ai vivai e ai giocatori italiani, perché con 12 o 13 stranieri non si va lontano.”

Quanto è stato importante il lavoro della presidenza nella costruzione di una squadra vincente?


“Vinsero 5 Coppe Italia, mio padre si era anche seccato a vincerle. Quando perdemmo con Liverpool, un mese dopo c’era la Coppa Italia. Mio padre è riuscito a recuperare entusiasmo e riuscì a portarla a casa. Era fondamentale la scelta dell’uomo oltre che del calciatore. Il successo derivava dalla competenza del presidente, dalla scelta del direttore sportivo e dell’allenatore. Le loro intelligenze si univano. Bisogna saper scegliere i giocatori per tempo, studiarli, seguirli e comprarli, evitando operazioni last minute. Tanti anni fa c’erano Pugliese, Evangelisti, Pasquali e mio padre che era il padrone di casa. Io origliavo da dietro la porta. Pugliese faceva nomi esorbitanti e proponeva una campagna acquisti importante, ma in quel momento non c’erano le risorse economiche. Era divertente perché lui suggeriva e Evangelisti bocciava subito. Poi fortunatamente le cose sono cambiate”

Qual è la chiave per vincere nel calcio?


“È più semplice di quanto sembri: scegliere uno o due giocatori forti ogni anno, non 18. Dopo qualche stagione si costruisce una squadra vincente. Se invece si comprano giocatori all’ultimo momento, con confusione e nervosismo, non si va lontano.”

Quanto incide l’allenatore nella scelta dei giocatori?


“Incide molto. Liedholm indicava i giocatori adatti al suo gioco. Lui se ne uscì con Turone e mio padre non era per niente convinto. All’inizio il suo sistema (a zona) creò difficoltà e ci fece subire tantissimi gol, ma poi portò risultati importanti. L’anno dopo avremmo vinto lo scudetto se non fosse successo che l’arbitro a Bergamo vide un fuorigioco che non c’era . Poi, aggiungo, tutti i giocatori che sono stati ceduti dalla Roma di mio padre sono rimasti clamorosamente affezionati alla nostra famiglia. Mio padre era intransigente in alcune cose. Se vedeva Nella che fumava lo sgridava, se facevano tardi li sgridava, girava per le stanze per vedere se c’erano tutti, eccetera, eccetera. Però così si vince. Non ci sono altre maniere. Bisogna comprare uno o due giocatori forti l’anno.  Primo anno, secondo anno, al terzo anno si vince la Coppa dei Campioni e tutto il resto.”

Oggi qual è il problema principale nella gestione della Roma?

“Manca un vero presidente che coordini tutto. C’è confusione nei ruoli. Sulla carta c’è una proprietà, ma serve una figura forte che guidi davvero. Ma il numero uno della Roma di adesso chi è? Non c’è”.

Serve una figura dirigenziale forte, come un direttore generale?

“Sì, una figura alla Marotta o come fu Boniperti. Possibilmente italiana, perché conosce meglio il calcio e i giocatori. Le relazioni in questo ambiente sono fondamentali. Per saper fare il calcio bisogna averlo visto, averlo praticato, aver conosciuto le persone. Le pubbliche relazioni sono fondamentali in questo settore”

Il ruolo di Ranieri come advisor è sufficiente, o sarebbe dovuto essere un direttore generale?


“Probabilmente un ruolo più operativo, come direttore generale, darebbe più libertà e chiarezza. Ma credo che i Friedkin non siano disposti a cederlo. E’ evidente che la campagna acquisti all’allenatore nostro non è piaciuta molto. E’ anche evidente che questo allenatore sa vincere. E’ anche evidente che i giocatori lo seguono, quindi è un prezzo di questo. Evidentemente deve essere successo qualcosa che non doveva succedere. E mi auguro che si ricomponga il prima possibile perché noi siamo la Roma”.

Cosa farebbe oggi una dirigenza come quella di Dino Viola?


“Avrebbe una struttura chiara: presidente, direttore sportivo, direttore generale e allenatore. Senza interferenze. Ed è così che si vince.”

Che tipo di ambiente si respirava nella Roma di allora?


“Era facile scegliere i giocatori, soprattutto nel primo periodo, prima dell’arrivo di Berlusconi, perché riconoscevano in Viola la bravura, la capacità e la serietà di gestire una società di calcio che, credetemi, con tutti i risvolti che ha, non è assolutamente facile. Quando dico che tutti i giocatori che sono stati alla Roma hanno nostalgia e affetto, è vero: non sentivo da anni Romeo Benetti, l’ho chiamato ed era entusiasta di ricordare quel periodo. Lo stesso vale per Cerezo. Ci fu anche un episodio acceso tra lui e mio padre negli spogliatoi, con uno scontro fisico, ma finì lì. Sono cose che possono succedere a fine partita. Eppure, ogni volta che Cerezo parla della Roma si commuove. Ho sentito anche Aldair recentemente: sono tutti rimasti profondamente legati, non solo a mio padre ma a tutta la famiglia.”

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