Il dottor Roberto Di Virgilio, medico, chirurgo e specialista in ortopedia e traumatologia, è intervenuto ai microfoni di Centro Suono Sport 101.5 durante la trasmissione “Bar Forza Lupi”, condotta da Massimo D’Adamo, per fare chiarezza sugli infortuni di Soulé e Dybala e, più in generale, sul tema della pubalgia nel calcio professionistico.
La pubalgia può essere all’origine di problemi muscolari?
“La pubalgia è una delle cause più frequenti di inattività nei calciatori ed è anche tra le più complesse da gestire. A volte è quasi più semplice affrontare una patologia ben definita, con una diagnosi chiara e una terapia precisa, conservativa o chirurgica. La pubalgia, invece, è insidiosa: può durare a lungo, non risolversi del tutto e manifestarsi soprattutto sotto sforzo. Il giocatore pensa di essere guarito, rientra, ma al primo carico intenso il dolore può ripresentarsi”.
Quali sono le cause?
“Le cause sono simili a quelle di molte tendiniti: sovraccarico funzionale, squilibri muscolari, infiammazione tendinea. Esistono anche fattori predisponenti come un riscaldamento inadeguato, entrare in campo a freddo, dismetrie degli arti inferiori. La pubalgia è di fatto una tendinite che coinvolge l’adduttore lungo e i muscoli che si inseriscono sul pube; il dolore si localizza alla sinfisi pubica e all’inguine”.
Può dipendere anche dalle caratteristiche tecniche o fisiche di un calciatore? “Assolutamente sì. La postura è determinante: ginocchia vare o valghe, differenze di lunghezza tra le gambe. Non a caso la pubalgia è frequente anche tra i maratoneti. Ogni atleta ha caratteristiche biomeccaniche diverse che possono incidere sul rischio di sviluppare questa patologia”.
Soulé ne soffre da ormai due mesi e le sue prestazioni ne risentono.
“La pubalgia non ha un termine preciso. La pubalgia si considera superata quando il giocatore riesce a correre e calciare senza dolore. Non ha quasi mai indicazione chirurgica, se non in casi rarissimi, e il trattamento è prevalentemente conservativo. Il problema è che non si può quantificare con esattezza quanto riposo e quanta terapia siano necessari: varia da atleta ad atleta.Può durare tre, quattro, sei mesi, ci sono stati giocatori che sono stati fuori per tantissimo tempo, quasi un anno. Molte volte i medici, lo staff e il giocatore sono convinti di poter rientrare. Poi magari si fa una partita in una zona molto fredda o con poco riscaldamento e si riparte da capo”.
Qual è la terapia più efficace?
“Il riposo è il primo passo, fondamentale. A questo si affiancano trattamenti fisioterapici: stretching, rinforzo muscolare, terapie strumentali, lavoro in acqua e percorsi personalizzati. L’obiettivo è un miglioramento progressivo, fino al ritorno all’attività completa senza sintomi. Il nodo critico è il reinserimento in squadra: un rientro non al cento per cento può favorire ricadute. È una patologia con cui spesso si deve convivere: si può stare bene per parte della gara e poi avvertire una fitta improvvisa che costringe a fermarsi. Le interruzioni continue non aiutano né la condizione fisica né la preparazione atletica e rendono difficile trovare continuità di rendimento. L’ideale è farla passare una volta per tutte, ma ripeto, non è così facile. Perché non si può quantificare il periodo di riposo di cui ha bisogno il calciatore”.
Qual è la situazione di Dybala? Si era parlato di artroscopia.
“Dalle informazioni disponibili, si tratta di un trauma sportivo inizialmente trattato come contusione. Le contusioni possono comportare lesioni distrattive di muscoli, tendini o capsula articolare. L’artroscopia è indicata in presenza di lesioni meniscali o cartilaginee ben definite, oppure a scopo diagnostico quando gli esami non chiariscono il quadro. Se dagli accertamenti non emergono danni strutturali specifici, l’intervento non è necessario”.
In che fase è il recupero?
“Si parla di una lesione distrattiva che dovrebbe migliorare con il trattamento conservativo. Se è una lesione distrattiva di primo o secondo grado, tra una settimana o dieci giorni lo rivediamo in campo. Il giocatore sta già riprendendo gradualmente a correre e calciare, segno che è in fase di risoluzione. Tuttavia, come per molte contusioni o distrazioni, il rientro completo dipende dalla risposta individuale alle terapie e dalla scomparsa totale dei sintomi”.



